Sono nata il 20 dicembre 1948 a Masera in Val d’Ossola, figlia di un partigiano e di una mamma troppo giovane per partecipare alla guerra di liberazione. Ho avuto un’infanzia divisa tra i valori (clericali) che volevano inculcarmi a scuola le maestre suore (in una scuola pubblica) e quelli laici
della mia famiglia comunista. Ho scelto quelli laici e comunisti.

Ho sempre amato le lingue e i viaggi. Per questo ho frequentato il liceo linguistico europeo di Stresa
e poi la facoltà di lingue all’Università statale di Milano. Era il '68, quando è esplosa la protesta studentesca e io naturalmente ne ho fatto parte. La mia militanza iniziata con il Movimento studentesco è proseguita nei movimenti e nella nuova sinistra e si è conclusa con il Pdup, quando è confluito nel Pci. Naturalmente non ho smesso di fare politica ma ho proseguito il mio impegno come giornalista de il manifesto.

L’interesse per le questioni internazionali mi ha indicato a suo tempo la strada che poi avrei scelto,
il giornalismo. Il mio primo articolo risale al settembre del 1975 e riguardava l’esecuzione delle ultime cinque condanne a morte nella Spagna di Franco. Allora curavo il bollettino dei rifugiati antifranchisti in Italia e Fronte popolare (settimanale del Movimento studentesco) mi aveva chiesto di scriverne.

La Spagna, come l’Italia, era per me il legame con il Mediterraneo, area del mio principale impegno, anche se ho avuto passaggi in America latina e in Africa.  Naturalmente un Mediterraneo in senso allargato che raggiunge il Corno d’Africa e l’Iraq, o persino l’Afghanistan. All’inizio degli anni '80,
noi del gruppo che aveva costituito i Comitati per la pace in Italia (c’era anche Tom Benettolo), sebbene fossimo ancora nel periodo della guerra fredda (lottavamo contro gli euromissili a ovest
come a est) eravamo convinti che il Mediterraneo sarebbe presto diventata l’aerea più esplosiva
del mondo. E così è stato.

Il mio interesse per queste aree non solo l’ho mantenuto, ma l’ho particolarmente coltivato
quando sono approdata al manifesto (dal 1988). Per il manifesto ho seguito i principali eventi
in molti di questi paesi:

Palestina, dall’intervento di Arafat all’Onu a Ginevra alla Conferenza di Madrid (1991), le intifade, fino ad analizzare la vittoria di Hamas e le conseguenze dell’isolamento internazionale.

Somalia, ho seguito l’arrivo dei contingenti internazionali nel 1992, per poi tornare a verificare
i disastri provocati (non solo a Mogadiscio ma anche a Baidoa, Bosaso, Hargheisa) a più riprese,
fino al 2002.

Algeria, negli anni '90 ho seguito la situazione algerina recandomi nel paese anche quando
non c’erano altri testimoni occidentali. Il sanguinoso scontro era determinato nella sostanza
dalla contrapposizione di due progetti di società: uno laico e democratico e l’altro teocratico
e fondamentalista. Ma in pochi lo vollero ammettere e la popolazione algerina fu abbandonata
alla furia del terrorismo islamico, che l’occidente avrebbe scoperto solo l’11 settembre e allora tutti
i musulmani (sempre per l’occidente) sarebbero diventati potenziali terroristi!

Afghanistan. Frequentando spesso paesi musulmani non potevo certo rimanere indifferente alla condizione delle donne, del resto le algerine erano state la mia chiave per capire quel mondo.
Così nel 1998 (taleban al potere) decisi di andare a Kabul, l’esperienza fu piuttosto dura ma utile, anche per quello che sarebbe successo poi. Dopo l’11 settembre sono partita subito per Islamabad, ma per entrare in Afghanistan avrei dovuto aspettare dicembre. Così ho seguito i primi attacchi occidentali sull’Afghanistan dal territorio confinante, ma strettamente legato alle vicende afghane. Nelle madrasa del Pakistan si sono formati gli studenti di teologia, che da qui sarebbero partiti
alla conquista di Kabul. Ancora oggi il Pakistan è il retroterra dei taleban e anche di al Qaeda, soprattutto nelle zone tribali di confine.
L’Afghanistan l’ho girato in gran parte: da Kabul a Kandahar, da Khost a Mazar e-Sharif, con viaggi estenuanti e pieni di incognite, ma era l’unico modo per conoscere a fondo quella realtà che ancora
ci riserverà molte sorprese.  Anche agli italiani, impegnati in una missione dai contorni indefiniti
e molto pericolosi.

Iraq. A Baghdad sono stata per la prima volta nel 1990, quando stava per scadere l’ultimatum
dopo l’occupazione del Kuwait. Allora ho conosciuto una città che non avrei mai più rivisto.
La prima guerra del Golfo l’ho seguita da Amman e dal Cairo. Ho invece vissuto dal di dentro tutta
la seconda guerra del Golfo e successivamente l’occupazione. Tra il 2003 e il 2005 ho passato
più tempo in Iraq che a Roma. Fino a quel 4 febbraio del 2005 in cui sono stata rapita all’uscita
della moschea dove avevo intervistato i profughi di Falluja. Un mese dopo il mio rilascio e sulla via
del ritorno la sparatoria degli americani che hanno ucciso Nicola Calipari, l’agente del Sismi che
mi aveva liberato e che mi ha salvato la vita proteggendomi dai proiettili Usa. Una storia che mi
ha reso tristemente famosa ma soprattutto che ha cambiato la mia vita, ma non ha intaccato
il mio impegno nella difesa di quelle donne e quegli uomini che si battono per i loro diritti.